Dopo la precedente esperienza, estremamente positiva, non potevo mancare al nuovo appuntamento con gli amici di Avanguardie per il trekking domenicale. Così sveglia alle sette in punto (e vi garantisco che è la parte più difficile dell'intero percorso), abbondante colazione e quindi in automobile per essere puntuale e ritrovarmi a Torre Mozza, a sud di Torre S. Giovanni - Marina di Ugento, circa a metà del litorale salentino che da Gallipoli porta a Santa Maria di Leuca. L'abitato di Torre Mozza è un posto squallido - non me ne vorranno gli abitanti e quelli che qui hanno comprato casa - di quelli che vivono solo d'estate, morti ed abbandonati d'inverno. Un posto dove la presenza di una torre costiera ormai in rovina è stata solo un pretesto negli anni passati per costruirvi attorno un mucchio di case, forse abusive e poi condonate, giusto per poter dire: "Mi sono fatto la casa al mare!".

Il gruppo comincia a formarsi, i gitanti arrivano alla spicciolata ed è estremamente piacevole constatare che ci sono tanti bambini... Totò, la nostra guida, è lì ad aspettare e non nasconde il suo entusiasmo: quella mattina, in una trasmissione televisiva della Rai, si è parlato del "nostro" trekking, invitando il pubblico a raggiungerci ed a partecipare alla nostra gita. Proprio una bella pubblicità, per di più gratuita, per gli amici di Avanguardie! Ormai ci siamo quasi tutti ed è ora di partire. Alcune sono facce già viste nella precedente escursione, altre sono facce nuove, almeno per me, ed ancora una volta ho la sorpresa di incontrare una cara amica che non vedevo da tanto.
La spiaggia alle nostre spalle è deserta. Un paio di appassionati ha posizionato le canne da pesca nella sabbia e provo una strana sensazione nell'osservare quel litorale che sono abituato a vedere d'estate, affollato di bagnati chiassosi, ombrelloni colorati e chioschi prefabbricati. E' ovvio che la preferisco così: desolatamente magnifica!

   

Finalmente si parte. A rilento, per aspettare alcuni ritardatari che dovrebbero raggiungerci presto. Subito Totò, con la perizia di sempre, ci illustra il percorso, ciò che vedremo e si capisce immediatamente perchè l'ha definita "Microcosmo". Spiagge, dune costiere, paludi bonificate, macchia mediterranea, pinete e uliveti saranno gli sfondi della nostra camminata. Un ambiente a ridosso dell'altro nello spazio di poche migliaia di metri, con segni lasciati dall'uomo nel corso dei secoli come la Specchia del Corno, preistorica torre d'avvistamento, il pozzo romano, scavato a cielo aperto nella roccia e i numerosi nastri d'asfalto che  attraversano il territorio e che nella mia fantasia assumono la forma di terrificanti cicatrici sulla pelle del nostro Pianeta.

   

Lasciamo la spiaggia ed attraversiamo le dune per scoprire che immediatamente dietro la fascia costiera ci sono numerosi bacini, risultato di un'importante opera di bonifica effettuata negli anni trenta e che oggi sono l'habitat ideale per tantissimi uccelli che qui si fermano a riposare durante le grandi migrazioni. Muggini e spigole  risalgono i canali di comunicazione con il mare e trovano acque tranquille e cibo abbondante e attirano numerosi pescatori dilettanti che affollano le sponde di questi laghetti nella speranza di effettuare una cattura che assicuri il pranzo e giustifichi le ingenti somme spese in canne, lenze, retini, ami, esche ed una incredibile quantità di marchingegni tecnologici il cui costo potrebbe assicurare un abbondante e ripetuto approvvigionamento di pesce fresco... in pescheria!

   
   

Percorriamo uno stretto ponticello sopra uno dei canali che mette in comunicazione i bacini con il mare. Durante la bassa marea l'acqua dolce fluisce verso il mare, mentre con l'alta marea l'acqua salata risale verso questi laghetti e con la sua salinità rende l'ambiente ostile alla proliferazione delle zanzare: un sistema efficace ed economico per combattere questi fastidiosissimi insetti e rendere salubri queste zone. Davvero ingegnoso!

 

   

Qualcuno sa spiegarmi come mai, ogni volta che ci si trova davanti ad una distesa d'acqua, specie se calma e limpida, si viene colti dall'irrefrenabile tentazione di buttarci dentro dei sassi? Ovviamente sono i bambini a dare libero sfogo a questa inspiegabile esigenza, ma sono convinto che tutti abbiamo avuto voglia, per un attimo, di raccogliere un sasso e lanciarlo in acqua, magari uno piatto, da far rimbalzare sulla superficie sfidando la legge di gravità...

 

 

Il nostro percorso ci porta a lasciare alle spalle i laghetti costieri ed avanzare nell'entroterra. Attraversiamo, facendo attenzione a non fare danni, un campo coltivato dove giovani ulivi sono carichi di frutti già quasi maturi e ci accostiamo ad una brutta recinzione metallica che circonda uno strano taglio nel terreno. E' il pozzo romano di cui ci aveva accennato Totò all'inizio dell'escursione. Quando pensiamo ad un pozzo  pensiamo ad un foro circolare nel terreno con l'acqua sul fondo. I romani, però, non avevano le trivelle e l'unica possibilità di raggiungere la falda acquifera era quella di scavare la roccia in diagonale. In questo modo avevano la possibilità di scendere in profondità usando un semplice piccone. Oggi il fondo del pozzo è asciutto a causa dell'abbassamento del livello di falda per l'indiscriminato prelievo da parte degli innumerevoli pozzi artesiani realizzati nelle campagne ed anche qui il proprietario del terreno ha pensato di farsene costruire uno, proprio sul fondo dell'antico pozzo romano.

   

Il cammino prosegue verso la serra che sovrasta Torre Mozza e con l'apparire delle rocce sul terreno i campi coltivati lasciano il posto alla macchia mediterranea dove il mirto, il lentisco, il rosmarino, il timo, le more ed i corbezzoli vegetano rigogliosi ed impregnano l'aria di gradevoli fragranze, insolite in questa ancora calda domenica d'autunno

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Proseguiamo costeggiando un canalone carsico ed ancora una volta siamo costretti ad impegnarci nel "salto del guard rail" prima di poter proseguire al di la della strada. Una brutta sorpresa ci attende: un incendio recente ha distrutto buona parte della vegetazione e gli arbusti verdi hanno lasciato il posto a fuligginosi rametti secchi con le foglie ingiallite. Il carbone scricchiola sotto i nostri piedi mentre avanziamo e solo qualche timido ed intraprendente filo d'erba ricomincia a spuntare dal terreno, ma forse non ci potranno più essere quegli arbusti verdi e profumati che crescono così belli e rigogliosi qualche metro più indietro.

   
   

Lasciamo la zona dell'incendio e ci addentriamo in una pineta di salici e pini d'Aleppo. Pare che sia la pineta più antica del salento, ma anche qui i segni della devastazione sono evidenti. Numerosi rami sono spezzati e giacciono, ancora verdi, ai piedi degli alberi più grandi, mentre tanti altri che non hanno resistito alla furia del vento sono stati sradicati per intero. E' la sorte che è toccata anche ad un grande salice che giace di traverso sul sentiero, con le radici completamente esposte ed il destino segnato. Molti del gruppo si siedono sui rami, un tempo svettanti nel cielo ed ora orizzontali e spogli. Nell'assistere alla scena ho avuto una strana sensazione: mi è sembrato di rivedere quelle cartoline d'epoca in cui viene raffigurato un gruppo di cacciatori in piedi sulla carcassa di un elefante, facile ed indifesa vittima di una carabina di precisione che, oltre la morte, viene declassato da essere vivente a semplice trofeo. Mi è sembrato che sedere su quei rami fosse come salire sulla carcassa dell'elefante: profanare la maestosità di quell'albero, umiliarlo e dimostrare insensibilità per la tragedia che, in un modo o nell'altro, si era consumata in quei luoghi e che aveva portato la morte per quell'albero e tanti altri alberi che la furia della natura aveva strappato via, ponendo termine al loro ciclo di vitale.

   
   

Attraversiamo un ultimo campo coltivato dove la terra è di un rosso particolarmente acceso e poi ci fermiamo a riposare. Un muretto tra gli ulivi ci permette di sedere comodamente mentre consumiamo in fretta la nostra colazione e nuvole nere e minacciose, cariche di pioggia,  ci  suggeriscono di affrettare i tempi per evitare di essere sorpresi dal temporale durante il ritorno verso il mare e le automobili. Poco più in la sorge la Specchia del Corno, un cumulo di pietre che formano una specie di piramide e che pare fosse una torre di avvistamento d'età preistorica. La scaliamo come se fosse una vetta da conquistare, con tanto di foto di gruppo a testimonianza dell'impresa compiuta. 

 
   

Il panorama che si osserva dalla cima della specchia è davvero notevole: l'orizzonte è libero a 360 gradi e la vista può spaziare per chilometri e chilometri dalle campagne al mare. Alcune gocce di pioggia ci sollecitano ad affrettare il rientro. Discendiamo la serra passando attraverso la pineta e riattraversiamo i canali della bonifica fino a giungere sulla spiaggia dove il fenomeno dell'erosione della costa, forse dovuto alla cattiva progettazione di un vicino porticciolo, fa si che la sabbia formi dei giochi particolari mentre risulta evidente il vano tentativo delle radici di alcune piante pioniere di trattenerla.

   
   

Un ultimo tratto sulla spiaggia, particolarmente faticoso perchè giunge al termine della nostra scarpinata, ci riporta al punto di partenza, alla fine di questo nuovo trekking. Ancora una volta ho trascorso una giornata all'aria aperta, ho visto cose di cui ignoravo l'esistenza ed ho condiviso questa esperienza con un gruppo di persone simpatiche. Ancora una volta Totò è stato molto bravo e professionale nel guidarci lungo l'intero tragitto, rendendo la gita interessante oltre che piacevole. Ancora una volta ho provato a raccontare con le mie fotografie e questi testi le sensazioni provate e se, ancora una volta, vi ho annoiato, spero che mi scuserete. In fondo questo, forse, è solo il mio album dei ricordi. Alla prossima!