Sono passati quasi due mesi dall'ultima gita con gli amici di Avanguardie e fino all'ultimo momento non avevo ancora deciso se prendere parte a questa nuova avventura. In questi due mesi mi è capitato di tutto: un incidente stradale nel quale potevo lasciarci le penne,  il ricovero in ospedale di mio padre, le feste di Natale con il solito carico di stress per gli auguri ed i regali e le inevitabili abbuffate a casa di parenti ed amici. Tutto si è concluso nel migliore dei modi, per fortuna, ed era ora di tornare alle sane, vecchie, abitudini ed alle passeggiate domenicali all'aria aperta in compagnia degli amici che condividono con me la passione per il trekking.

Ancora una volta l'e-mail di Emanuela, occulta regista delle nostre gite, mi ricorda che tutto è pronto per una nuova escursione: me ne sono perse molte in questi due mesi e dovevano essere interessanti... Spero proprio che Totò, nostra instancabile guida, riproporrà, prima o poi, gli itinerari a cui non mi è stato possibile partecipare. Per questa volta, rispettando il tema delle nostre gite ("Le vie dolci dell'acqua") ci si propone di avventurarsi nei dintorni di Porto Badisco, il leggendario approdo di Enea, tra canaloni, grotte, masserie e torri costiere...

La proposta è di quelle da non perdere, anche perché il desiderio di tornare a comminare, fare fotografie e poi scrivere queste righe di racconto è molto forte. C'è solo un problema: la sera prima qualche goccia d'acqua minaccia di mandare il tutto a monte, infrangendo inesorabilmente i miei voli di fantasia che già mi proiettavano verso i misteri di una zona a me quasi del tutto sconosciuta. Il fascino della preistoria, quando i giovani si avventuravano nelle grotte per confermare, con le loro prove di coraggio, il passaggio all'età adulta e le  antiche cripte scavate dai basiliani nella roccia, le masserie seicentesche oggi abbandonate ed il misterioso profilo di Torre S. Emiliano rischiavano di rimanere relegati ancora a lungo nei luoghi della mente e di non trovare posto tra i ricordi delle esperienze vissute a causa di una freddissima perturbazione proveniente da Nord che, la prima di questo strano, tiepido inverno, aveva deciso di portare con se un freddo intensissimo, vento tempestoso e persino qualche fiocco di neve. Ma la voglia di uscire da casa, armarsi di zaino e macchina fotografica, era tanta così, dopo aver tirato fuori dall'armadio i maglioni più pesanti e qualche giacca a vento, ci siamo diretti all'appuntamento con gli altri amici, al parcheggio alto di Porto Badisco. Lungo il tragitto per raggiungere il luogo di ritrovo scuri nuvoloni mettevano in dubbio i nostri buoni propositi e quando la pioggia e poi qualche fiocco di neve hanno cominciato a cadere sul parabrezza della nostra auto, ci siamo persuasi che la nostra sarebbe stata solo una delle tante, noiose ed insignificanti gite in auto...

All'arrivo c'era già qualcuno ad aspettare e tutti ci interrogavamo sull'opportunità di intraprendere il cammino: le nubi cariche di pioggia gelata correvano veloci proprio nella direzione in cui avremmo dovuto addentrarci e la prospettiva di essere sorpresi da un violento acquazzone non entusiasmava nessuno. Col passare del tempo il gruppo si infoltiva: altri amici arrivavano alla spicciolata mentre le nuvole, al contrario, lasciavano il posto a scorci di cielo sereno sempre più ampi. Dopo aver tergiversato un po' per essere sicuri che almeno per i primi metri non ci saremmo inzuppati, siamo partiti per la nostra escursione.

   

Dirigiamo verso l'interno, lasciandoci la costa alle spalle e cominciando a salire sulle modeste alture che dominano il moderno abitato di Porto Badisco. Il vento gelido ci sferza, ma non desistiamo eci inoltriamo fino ad un punto da cui possiamo vedere dall'alto l'intero tragitto della nostra gita.  Come al solito, Totò inizia ad illustrarci il percorso, quel che vedremo e l'impressione è subito delle migliori: il percorso si preannuncia interessante, vario e, non so perchè, ma a vederlo per intero da qui, faccio molta fatica a credere che sia lungo "soltanto" i dieci chilometri preannunciati da Totò.

   

 

 

Si riparte con l'attenzione rivolta al cielo ed alle nuvole nere che incombono minacciose. Attraversiamo il primo canalone consapevoli che qui, un tempo doveva esserci dell'acqua, tanta, al punto da scavare la roccia che in questa zona appare particolarmente dura e compatta. Appena il tempo di arrivare ad una piccola grotta lì vicino che inizia a piovere. Fortunatamente il vento è intenso e con la stessa rapidità con cui è arrivata, la pioggia passa e lascia il posto ad un cielo che si rasserenerà sempre più fino al risplendere di un tiepido sole che allevierà la morsa del freddo veramente intenso di  questa prima domenica di vero inverno.

 
 

La grotta è grande abbastanza da contenere l'intero gruppo e Totò, naturalmente, approfitta della pausa per profondersi una delle sue tante, interessanti spiegazioni. Il tempo di riprendere fiato, ritemprarsi un po' dal gelo esterno e ancora una volta ripartiamo. Il terreno è molto variegato: abbiamo attraversato tratti rocciosi, zone coltivate, canaloni e tratturi ed è quasi impossibile trattenere la meraviglia nello scoprire tra le pietre di un vecchio muretto a secco i resti fossili ed evidentissimi di un corallo, segno che un tempo questi erano i "mari del sud" e dove ora noi stiamo camminando doveva esserci il fondo di un mare tropicale... ma allora perchè ci meravigliamo tanto se nel Mediterraneo stanno comparendo specie biologiche tipiche del Mar Rosso? Se qui un tempo c'erano i coralli tropicali vuol dire che la natura sta semplicemente percorrendo uno dei tanti cicli che negli anni passati hanno visto avvicendarsi le glaciazioni a periodi caldi e noi, oggi, stiamo semplicemente andando incontro ad un normale riscaldamento del pianeta... O no? E' difficile dirlo con certezza, mentre è certo che proprio non si capisce che senso possa avere portare fino a qui un vecchio triciclo da bambini, destinato a diventare uno dei tanti assurdi rifiuti che popolano le nostre campagne.

   
   
   
   

Attraversiamo un altro canalone e poi ancora campi coltivati, oliveti ed un viottolo costeggiato da grandi querce che qui, un tempo, erano la maggioranza. Il sole ha preso il posto dei neri nuvoloni mattutini e la sorpresa è grande nell'incontrare lungo il nostro percorso i resti di un'antica costruzione che forse era una chiesa e l'ingresso di una cripta basiliana, scavata qui che la roccia è diventata più tenera. Totò ormai ci ha abituato a farci vedere cose di cui la maggior parte di noi neanche immagina l'esistenza, ma nonostante ciò, non si può fare a meno di rimanere incantati di fronte ai misteri di questi luoghi ed è difficile tenere a freno la fantasia che facilmente vola nel tempo,  quando qui ci abitava qualcuno e non c'erano i telefonini e tanto meno, la corrente elettrica.

   
   
   
   

Torre S. Emiliano è sempre alla nostra destra e ci accompagna nel nostro andare, sicuro punto di riferimento, oggi come un tempo, e prossima meta della nostra escursione. Nella zona che stiamo attraversando ci sono numerose masserie: alcune moderne, in funzione con dei cartelli che invitano i passanti ad acquistare i formaggi che vi si producono e che, ne sono sicuro pur non avendoli assaggiati, sono buonissimi. Altre sono in rovina, abbandonate, come quella del seicento in cui ci fermiamo a fare il nostro spuntino. Si tratta di una costruzione imponente, con alti muretti a secco che la circondano. Poco discosta dall'edificio principale c'è una grande cisterna per la raccolta dell'acqua piovana, ancora piena e, un po' più in la, completamente saccheggiata, un'antica chiesetta. Mangiamo le nostre provviste cercando un posto al riparo dal vento che nonostante il sole, è ancora intenso, gelido e sferzante. Prima di ripartire alla volta della torre, Totò ci racconta degli antichi proprietari della masseria che la costruirono e l'abitarono e degli attuali, che l'hanno rilevata, ma che non si curano di salvaguardarne l'inestimabile valore storico... e si tratta del Comune di Otranto, a quanto pare!

   
   
   
   

La passeggiata fino alla Torre S. Emiliano ci porta ad attraversare un altro canalone, a costeggiare la brutta e improponibile recinzione di  filo spinato di un deposito militare e, infine, a visitare un'altra grotta, di piccole dimensioni, ma un tempo usata come rifugio per gli animali da pascolo che ancora oggi trovano tra queste terre le loro dimore ed i loro pascoli, come ci testimoniano i numerosi greggi che scorgiamo dall'alto.

   

   
   
   

Finalmente risaliamo la china da dove svetta la torre e la raggiungiamo scoprendola insolitamente piccola rispetto alle altre torri a pianta circolare che si trovano dalle nostre parti. Quando era in funzione non avrà ospitato più di due o tre persone ed il perchè è abbastanza ovvio: in caso di attacco da parte dei nemici l'importante era dare l'allarme e non combattere, ragion per cui pochi uomini erano sufficienti ad amministrare quello che poteva intendersi come il servizio comunicazioni dell'epoca.

   
   

Pochi minuti per osservare lo splendido panorama e cominciamo la discesa verso il mare e la costa rocciosa stranamente disseminata di grossi massi. Ancora una volta è Totò a fugare ogni perplessità: si tratta di quanto resta di un maremoto che si abbatté su queste coste nei tempi passati confermando così le teorie di alcuni che sostengono che il Mediterraneo può essere considerato come un mini oceano. La nostra gita volge ormai al termine, ma le sorprese non sono finite: dall'alto tre edifici in mattoni custodiscono gli ingressi alla famosissima Grotta dei Cervi, così chiamata per le rappresentazioni pittoriche di età preistorica che ne adornano le pareti ed hanno reso questo posto famoso in tutto il mondo.

   
   
   

Infine l'insenatura di Porto Badisco, nascosta tra i pini e che prima della scoperta della Grotta dei Cervi era famoso per essere stata l'approdo di Enea, ma che oggi quasi nessuno ricorda più. Anche qui, proprio alla fine della nostra gita una nuova rivelazione: chiuso da una inferriata metallica c'è l'ingresso del Cunicolo dei Diavoli. Un ingresso piccolo ed insignificante che nessuno noterebbe se non fosse che al suo interno vi vive (e lo fa solo qui) un animaletto particolare, adattato alla vita in grotta, al buio e per questo cieco e senza pigmento. Totò ed Emanuela lo hanno studiato a lungo e dai loro studi su questo ed altri organismi simili che vivono nelle grotte è stata fatta una bella pubblicazione.

   

Tutta la passione di Totò per il suo lavoro emerge mentre ne parla. E' preparatissimo e, nell'esporre  le particolarità di questi strani rappresentanti del regno animale, si lascia trasportare: li chiama con i loro nomi scientifici, in latino di cui non capisco nulla, ne conosce a memoria le dimensioni, le caratteristiche e tutto quanto è giusto che un biospeleologo come lui sappia. Mentre lo ascolto mi aspetto che da un momento all'altro cominci a chiamarli per nome, come se fossero figli suoi.  Ed un po' è come se lo fossero dal momento che è sicuramente merito suo e di Emanuela se la maggior parte di noi, oggi, può conoscerne l'esistenza e vederli in fotografia. Spero che Totò non me ne voglia per questo mio ultimo irriverente paragone: lui una figlia vera c'è l'ha, da pochi mesi. Ed è una bellissima bambina: ve lo garantisco!