Con gli amici dello Studio Ambientale Avanguardie ci eravamo lasciati all'inizio dell'estate. Una cena con i compagni di tante escursioni aveva segnato la conclusione delle nostre camminate domenicali con Totò, Emanuela, la piccola Rachele e tutti gli altri amici che mi hanno fatto appassionare al trekking, coinvolgendomi, sin dalla prima volta, con tanto entusiasmo e ravvivando in me l'amore per la natura. Le appassionate spiegazioni di Totò, la professionalità di Emanuela, i sorrisi abbaglianti di Rachele, la simpatia di Giampiero e l'allegria di tutti gli altri escursionisti mi hanno indotto, senza alcun indugio, a rinnovare a me stesso la promessa di non mancare agli appuntamenti con il trekking di questo nuovo anno. "Le vie dolci dell'acqua", il tema della scorsa stagione, ci aveva portato a camminare lungo canaloni, paludi, canali di bonifica, spiagge stupende, sempre con il mare a fare da sfondo.

 

Quest'anno il tema è "Storie... per chi ama camminAscoltare". Il malcelato riferimento alla storia dei luoghi che ospiteranno i nostri trekking ha scatenato in me una pressante curiosità per quei popoli che tanto tempo prima di noi hanno abitato queste terre, hanno camminato lungo gli stessi sentieri e visto gli stessi panorami. Certamente il tempo avrà cambiato le cose e ciò che avranno visto i popoli preistorici o i leggendari messapi sarà stato senz'altro molto diverso da quello che abbiamo modo di vedere ai nostri giorni, ma a me, di tanto intanto, piace immaginare che in determinato luogo, migliaia e migliaia di anni fa, c'è stato un uomo, vestito di pelli, che è passato proprio di lì, dove mi trovo io. Chi può sapere quali erano i suoi interessi, i suoi pensieri;  quale il motivo che l'avrà spinto a passare proprio di lì. Forse stava cacciando per portare il cibo alla propria famiglia o forse stava scappando da un nemico pericoloso; oppure stava semplicemente facendo una  passeggiata, proprio come faremo noi durante le nostre escursioni, ma mi emoziona pensare che i suoi piedi scalzi hanno calcato gli stessi sentieri, le stesse pietre -  in qualche modo sopravvissute allo scorrere del tempo - dove oggi si andranno a posare le nostre scarpe ipertecnologiche di escursionisti della domenica.

 

Così, con queste fantasticherie nella testa, quando ho ricevuto l'e-mail di Emanuela che annunciava il primo appuntamento della stagione, sono stato colto da un inenarrabile entusiasmo. Quasi mi vergogno ad ammetterlo, ma dopo le "fatiche" estive non vedevo l'ora di tornare a svegliarmi presto anche la domenica, indossare i miei scarponi, lo zaino, imbracciare la macchina fotografica e tornare a camminare per le campagne della mia terra con la possibilità di fare un po' di moto, vivere una mezza giornata in buona compagnia, a contatto della natura  e scoprendo tanti piccoli segreti dei luoghi visitati.
L'appuntamento era, come al solito, per le nove del mattino per scoprire i segreti delle popolazioni preistoriche che hanno abitato l'attuale riserva naturale di Portoselvaggio, un'area stupenda in territorio di Nardò.

   

Ci siamo ritrovati all'appuntamento con gli amici che avevamo salutato a fine stagione e con tanti nuovi compagni di avventura che, ne sono sicuro, diventeranno presto anche loro buoni amici. Subito Totò, la nostra guida, ha fatto le presentazioni e le raccomandazioni del caso, ci ha parlato delle caratteristiche del territorio che avremo attraversato e, finalmente, siamo partiti per la nostra escursione.
Appena raggiunti i confini della riserva ci siamo imbattuti in un cartello che avverte i visitatori di fare attenzione alla processionaria, un bruco che purtroppo infesta la pineta del parco e che, a quanto dicono, oltre che per i pini, può essere estremamente fastidioso anche per l'uomo,

 
   

Pochi passi lungo un sentiero ai margini della pineta e subito Totò si ferma a raccontarci di una recente scoperta: quelli che sembrano solo dei mucchi di pietre sparsi tra gli alberi sono, in realtà, i resti delle antiche mura difensive di un antico villaggio. Purtroppo, come spesso mi succede, mi distraggo per fare alcune foto. La mia attenzione è catturata dall'arrivo di un gruppo di ciclisti che, a bordo delle loro mountain bike, sfrecciano lungo il sentiero. I numeri fissati alle bici, l'abbigliamento con tanto di sponsor e le espressioni impegnate mi fanno capire che è in corso una gara. Più tardi, raggiungendo la masseria Torre Nova, futuro centro visite del parco, scopriremo essere la quarta edizione di un importante trofeo organizzato in collaborazione con il Comune di Nardò. Mentre Totò continua la sua dotta spiegazione, che maleducatamente e disgraziatamente non ascolto, non posso fare a meno di notare un tipo che, a piedi ed in direzione opposta a quella degli atleti, porta in mano due ruote di bicicletta. Non so per quale ragione, ma a vederlo mi viene da pensare ad uno sfortunato atleta a cui hanno rubato la bici e che, con le sole ruote in mano, si sta dirigendo, sconsolato, verso il punto da cui gli altri sono già partiti da un pezzo. Naturalmente è solo la mia fantasia che galoppa a spron battuto ed il tipo con le ruote forse è solo uno degli organizzatori che si sta adoperando per la buona riuscita  della manifestazione.

 
   

Ci addentriamo un poco nella pineta e raggiungiamo uno strano taglio nel terreno. E' chiaramente opera dell'uomo. A coprirlo parzialmente c'è un masso che fa quasi da ponte tra i due bordi della fessura. A prima vista sembrerebbe una trincea, come quelle della Grande Guerra che si trovano sulle montagne del Veneto, ma qui non ha alcun senso. Resta il mistero sul perchè sia stata fatta ed ancora una volta è la fantasia che viaggia veloce inseguendo numerose quanto inverosimili ipotesi sulla natura e le funzioni di quello strano scavo nel terreno.

 

Ancora pochi passi lungo il sentiero e raggiungiamo la masseria Torre Nova. Totò ce ne racconta la storia ed i progetti futuri per questa imponente ed elegante struttura che sarà utilizzata come centro visite del nascente parco di Portoselvaggio. Per ora del parco c'è ben poco, almeno in pratica, e le uniche cose che si vedono sono i resti dei precedenti discutibili interventi che hanno portato sentieri e lampioni elettrici all'interno della pineta.
Giriamo intorno alla masseria scoprendo un manifesto che informa della gara di mountain bike

   
   

Alle spalle della masseria, in lontananza appare un lungo muraglione a scaloni che interrompe la continuità di una vasta area evidentemente disboscata. Da vicino il muraglione sembra ancora più enigmatico: è accuratamente ricoperto da grandi lastre di pietra pregiata. Dobbiamo salirci sopra per scoprire che il grande muro è il risultato, miseramente fallito per l'imperizia e la stoltezza dei progettisti, del tentativo di realizzare un bacino di raccolta delle acque da utilizzare in caso di incendio. Il bacino è inesorabilmente vuoto, i pini si stanno riappropriando del terreno da cui erano stati prepotentemente sfrattati e Totò ci parla dell'assurdità di aver trasportato dal nord Italia camion e camion di ciottoli di fiume per creare il fondo di questo insulso bacino... è proprio vero: all'idiozia degli uomini non c'è limite!

   
   
   

Questa prima parte del trekking di Posrtoselvaggio sembra la celebrazione delle opere inutili: dal bacino asciutto seguiamo uno strano susseguirsi di mattoni squadrati che attraversano la pineta. Doveva essere una strada lungo una delle tante bande frangi fuoco, ma dove portasse proprio non si capisce dal momento che termina contro il muretto a secco che delimita il confine settentrionale del parco. Totò ci spiega che la strana tecnica di costruzione della strada era stata pensata per permettere il passaggio di cavi elettrici e tubazioni al disotto del piano stradale, ma perchè si sia pensato di costruire in quel modo quella strada inutile rimane anche questo un mistero...
Totò ci racconta che al di là del muretto si estende un vasto insediamento messapico, ma si trova fuori dal parco e, per ora, nessuno se ne sta interessando.

 
  
 

   

Scendiamo verso il mare seguendo il confine e ancora una volta Totò ci racconta di come, qui, qualcuno avrebbe voluto costruire un porto turistico che, solo per un cavillo burocratico, non ha devastato uno splendido tratto di costa. Ascoltiamo con attenzione prima di riprendere il cammino lungo la costa, in direzione sud, verso Torre Uluzzu che domina la cala più suggestiva del parco, con le pareti  a strapiombo sul mare ed una serie di grotte un tempo abitate.

 

   
   

 
 

Finalmente arriviamo a Torre Uluzzu, costruita sul costone roccioso che delimita a nord l'omonima cala. La torre è in stato di completo abbandono, semicrollata ed è difficile dire quanto ancora potrà resistere all'incuria ed alle intemperie. La vista della cala da qui è mozzafiato e Totò, ancora una volta, ne approfitta per raccontarci delle  numerose grotte che si aprono lungo le pareti rocciose che delimitano questa insenatura. Pare che tutte queste grotte, un tempo, siano state abitate da uomini preistorici che qui trovavano le condizioni ideali per stabilirsi. Una di queste grotte, la Grotta del Cavallo, si apre sulla parete sud della cala ed è oggetto di studi da parte di alcune università. Una sorpresa ci attende: una equipe di archeologi è al lavoro proprio in questi giorni e noi avremo la possibilità di entrare nella grotta, che normalmente è chiusa da una pesante grata in ferro, per vedere come procedono gli scavi. Mi emoziono al pensiero di poter entrare in questa grotta: da bambino venivo spesso qui con i miei genitori e mi aveva sempre incuriosito questa grotta: nella mia fantasia di bambino il cancello che ne impedisce l'accesso celava chissà quali misteri ed oggi, inaspettatamente, dopo tanti anni, quei misteri sarebbero stati svelati ed io, da li a poco, sarei entrato in quella grotta!

   

Inutile dire che non stavo nella pelle e facevo molta fatica a nasconderlo. Tutti i miei pensieri di bambino mi tornavano in mente e ancora una volta la fantasia si era messa a galoppare a briglia sciolta facendomi immaginare i resti di antichi bivacchi, le suppellettili rudimentali di quella antica casa ancora al loro posto e le pareti decorate da primitivi graffiti. I pochi metri che mancavano per raggiungere la grotta dalla torre mi sono sembrati interminabili e per quanto cercassi di affrettare la mia andatura, avevo l'impressione di essere comunque troppo lento. Avevo paura di arrivare tardi, che gli archeologi, al nostro arrivo, fossero già andati via alla fine del proprio turno di lavoro e non riuscivo a spiegarmi perchè si continuasse a tergiversare ai piedi della torre quando c'erano cose ben più interessanti ad attenderci.

   
 
 

Ancora una volta ci siamo fermati ad ascoltare le spiegazioni di Totò, mentre in segreto fremevo per raggiungere la grotta. Da qui il panorama è incantevole. Torre Uluzzu si  staglia contro l'azzurro del cielo in un violento contrasto cromatico con il  mare verde smeraldo su cui sembrano adagiate le grigie rocce calcaree da cui spiccano verdi ciuffi d'erba. In altre occasioni mi sarei attardato per fare mille fotografie, ma stavolta avevo fretta di raggiungere la grotta e di vederne svelati i misteri. Un ultimo tratto di ripida discesa ci avrebbe finalmente portato a destinazione e, mentre qualcuno si attardava a fotografare un simpatico ragnetto che qui aveva teso la sua tela, la mia attenzione veniva catturata da un gruppo di gitanti che avevano allestito una tavola imbandita proprio sotto l'ingresso della grotta ed erano apparentemente intenti a consumare un abbondante pranzo, a giudicare dall'innumerevole quantità di scodelle di plastica e ciotole d'alluminio... E che organizzazione! Aver portato sin laggiù tutte quelle assi per costruire un gran bel tavolo per un picnic fuori stagione deve essere stato un bel po' faticoso!!!

   
 

Intanto, però, eravamo arrivati alla grotta. Il generatore era in funzione e numerosi archeologi si affannavano nei pressi dell'ingresso. Una ragazza, in tuta da lavoro si fa avanti e dopo le presentazioni del caso da parte di Totò, inizia a spiegarci come si svolgono gli scavi. Questa grotta è importante per il numero di strati - che in realtà si identificano con i vari periodi storici (anzi, preistorici) - che vi si possono riconoscere. In base a quello che viene ritrovato in ciascuno strato è possibile effettuare una datazione dei reperti e ricostruire le abitudini degli uomini che l'hanno abitata nelle diverse ere. Con i suoi otto metri  di sedimenti, questa grotta è in grado di fornire informazioni relative ad un arco di tempo di circa 120 mila anni. Lo scavo si svolge per settori e tutto il materiale che viene rimosso va analizzato con cura alla ricerca anche del più piccolo frammento. E' solo adesso, ascoltando la spiegazione, che mi rendo conto che gli improbabili gitanti, impegnati a rimpinzarsi, sono in realtà altri archeologi intenti ad esaminare minuziosamente il materiale scavato dai colleghi nella grotta. Le scodelle e le ciotole d'alluminio non contengono cibarie e leccornie ma servono a depositare i vari reperti, raggruppandoli secondo criteri scientificamente studiati. Altro che lasagne e paste al forno!

   

   

Ancora una volta mi distraggo per pensare alle foto: la mia attenzione è attirata da una mantide religiosa che, un po' confusa si sta arrampicando lungo i pantaloni di un'amica. La prendo in mano e con angoscia mi rendo conto che è agonizzante: qualcuno l'ha involontariamente calpestata ed ormai le resta molto poco da vivere. La ripongo su uno stelo d'erba soffermandomi a pensare alle terribili sofferenze che starà patendo, ma intanto è giunto il momento di entrare nella grotta.
Lascio la mantide al suo terribile destino e mi affaccio all'ingresso: la prima cosa che noto, oltre alle impalcature che servono a facilitare il compito degli studiosi, sono una caffettiera ed un pacco di biscotti. Non sono preistorici, ma costituiscono uno dei pochissimi "lussi" che si concedono questi giovani ricercatori che lavorano duramente solo per amore della scienza.

   
   
   

Nella grotta non c'è traccia, almeno apparentemente, degli antichi bivacchi, ne delle suppellettili e tanto meno dei graffiti che mi sarebbe piaciuto trovarci. Le mie colorite fantasie di bambino sono state infrante in un istante dalla cruda e fredda pragmaticità della scienza, ma non per questo sono rimasto deluso. Mi aspettavo di trovare delle cose affascinanti e, invece, ho trovato un gruppo di persone che lavorano, in maniera altrettanto affascinante, per poterci raccontare dei nostri progenitori, per dirci da dove veniamo e come siamo cambiati e per permetterci di guardare al nostro futuro sapendo qual'è il nostro passato.

   
   

Salutiamo gli archeologi che tornano, finalmente indisturbati, al loro meticoloso lavoro e, seguendo la linea di costa, ci dirigiamo verso sud, in direzione di Torre dell'Alto che sovrasta, a nord, l'abitato di Santa Caterina di Nardò. Alle spalle ci  lasciamo un paesaggio decisamente suggestivo, ma non più di quello che ci attende. Ancora una volta resto sorpreso nel ritrovarmi, quasi all'improvviso, ai piedi di una specchia, un enorme cumulo di pietre posto alla sommità di un'altura, che gli esperti vogliono essere le antesignane preistoriche delle più moderne torri di avvistamento. La specchia che incontriamo lungo il nostro cammino, ci dice il sempre informatissimo Totò, non è censita, quindi non ha un nome con cui individuarla, ma ciononostante va bene comunque per salirci sopra ad ammirare il panorama o per posare, con un pizzico di civetteria, per una delle mie tante foto.

   
   
   

La nostra escursione è ormai quasi alla fine: scendiamo dalla sommità della specchia fino al mare dove troviamo un'antica cava di pietra che oggi è addirittura in parte sommersa, quindi ci soffermiamo per alcuni minuti nella cala più celebre (perchè più facilmente accessibile) di Portoselvaggio. E' l'unica ad avere una piccolissima spiaggetta e d'estate è affollatissima. E' ancora una volta Totò a farci notare la sorgente d'acqua dolce che vi sfocia, gli strati rocciosi che ospitano uno dei più ricchi giacimenti di pesci fossili d'Italia ed una "piega" nella roccia, il segno indelebile delle trasformazioni del suolo dovuto ai movimenti delle zolle di terra per effetto della ciclopiche forze che hanno spinto questi strati di roccia, facendoli emergere dal mare in tempi antichissimi.

   
   
   
   

Finalmente dirigiamo verso il parcheggio dove ci attendono le automobili e la fine di questa gita indimenticabile, la prima della nuova stagione che, con gli amici di Avanguardie, ci porterà in giro per la nostra terra alla scoperta di frammenti della nostra storia più antica.
Solo una nota suona stonata in in questa giornata che è stata, per me, una sinfonia di emozioni, sorprese, odori  colori: la gara di mountain bike è finita da un pezzo, ma la pineta è rimasta costellata dei nastri di plastica che sono serviti a delimitare il percorso... Spero solo di non ritrovarli ancora qui il prossimo anno!