Una serie interminabile di impegni e di contrattempi mi ha impedito, sinora, di completare la mia passione per il trekking con i   consueti racconti delle escursioni domenicali con gli amici di  Avanguardie. E' solo oggi, a fine febbraio, che riesco a trovare un po' di tempo per raccogliere le idee e ricordare, a modo mio, questa escursione di fine dicembre, a cavallo tra le abbuffate di Natale e Capodanno. Eravamo in pieno clima natalizio e la solita e-mail di Emanuela mi informava del nuovo appuntamento alla scoperta di un angolo del nostro Salento che si sarebbe rivelato a dir poco sorprendente.
Combattuto tra la pigrizia postuma ai bagordi natalizi e la voglia di tornare a camminare e fotografare in compagnia, ho cercato di essere puntuale  al ritrovo stabilito, le celebri Quattro Colonne di Santa Maria al Bagno, una delle tante splendide marine del Comune di Nardò.

 

Non eravamo in tanti, con il gruppo evidentemente decimato da impegni familiari, ferie fuori zona e pigrizia festiva in quantità. "Pochi ma buoni" si sarebbe potuto dire, con in più qualche faccia nuova, ma non per questo meno simpatica. Totò, puntuale e preciso come sempre, si è dato subito da fare per illustrarci le caratteristiche del percorso, cominciando con l'illustrare, non senza una punta di ironia, l'origine delle "Quattro Colonne" che sono i contrafforti di un'antica torre di avvistamento, come tante ce ne sono lungo la costa salentina. Secondo Totò, la torre sarebbe crollata al centro per la cattiva qualità del materiale da costruzione utilizzato al tempo con l'intento di risparmiare e garantire un maggior guadagno alla ditta che la costruì... Se fosse vero - e non ho motivo di dubitarne dal momento che Totò si documenta sempre moltissimo con maniacale meticolosità - sarebbe l'ennesima prova che la storia si ripete e che, allora come oggi, il mondo è di furbi senza scrupoli, pronti a mettere a repentaglio la sicurezza del prossimo pur di arricchirsi in maniera facile e veloce. I paragoni con imprenditori e politicanti dei nostri giorni sarebbero tanti, ma subito ci si muove verso sud, lungo la costa, per osservare un'antica sorgente d'acqua dolce che sgorga a due passi dal mare. Un tempo riforniva di acqua potabile l'intero circondario e fino ad una cinquantina d'anni addietro la gente veniva ancora fin qui a riempire, gratis, taniche e damigiane di "acqua minerale".

   
   

Oggi non lo fa più nessuno: l'urbanizzazione selvaggia e l'assenza di qualsivoglia controllo sui pozzi neri a servizio delle abitazioni ha trasformato questa e tante altre sorgenti che si trovano nella zona in un ricettacolo di colibatteri fecali capaci di scatenare la peggiore delle intossicazioni in chi, incautamente, volesse provare a dissetarsi con queste acque.

   

Lasciamo la sorgente alle nostre spalle  percorrendo pochi metri lungo la costa. Qualcuno ha deciso di impegnare la mattinata dedicandosi alla pesca, favorito da una splendida giornata di sole con il mare calmissimo. Se non fosse per la temperatura piuttosto rigida verrebbe voglia di trovarsi un bel posto sugli scogli e prendere il sole... Lasciamo la costa e le fantasie estive per addentrarci verso l'interno, facendo il primo incontro con i muretti a secco che, lo scopriremo dopo, saranno i protagonisti dell'intera escursione, celando antichi misteri e solleticando la fantasia di ciascuno.

   
 

Totò si lancia in una delle sue dotte spiegazioni sulle caratteristiche del territorio che stiamo attraversando e quanto ci ha anticipato diventa immediatamente evidente ai nostri occhi. I muretti a secco contrastano con l'azzurro del mare e le costruzioni di Santa Maria al Bagno sullo sfondo, mentre ai nostri piedi si stende un tappeto verde di piante a bulbo che odorano vagamente di cipolla.

   
   

Ci arrampichiamo sulla serra che sovrasta l'abitato in direzione di Torre dell'Alto. Un bosco rado di pini cresciuti sulle rocce fa da cornice al nostro camminare mentre il panorama, guardando in giù, non ha nulla da invidiare a scorci ben più blasonati della riviera ligure o del Gargano. Quasi all'improvviso ci appare dinanzi la torre, che non è molto alta. Del resto non c'era alcun bisogno di farla alta, visto che si trova nel punto più alto di questa serra che si affaccia sul mare. Ha la pianta circolare ed è circondata da un'orrenda recinzione che ne sminuisce irrimediabilmente la maestosità ed il fascino.

 
   

Lasciamo la torre alle nostre spalle seguendo il ciglio del costone fino ad un altro sperone roccioso che affaccia sull'orribile abitato di Lido Conchiglie. Il cielo, intanto, si è coperto e solo vagamente, all'orizzonte, è distinguibile la sagoma di Gallipoli che si protende sul mare, con il grattacielo, come lo chiamano qui, che separa il borgo antico dalla parte moderna. Ci addentriamo verso l'interno ed il paesaggio cambia leggermente: gli alberi lasciano il posto a brulli affioramenti rocciosi coperti da sassi e qua e la tagli netti e decisi nel terreno svelano la presenza di antiche cave.

   

La cosa più sorprendente che incontriamo lungo il nostro percorso sono degli strani ed inspiegabili mucchi di pietre. Ce ne sono a decine, centinaia. Sembra che per qualche ignota ragione qualcuno si sia messo a raccogliere le pietre tutt'intorno ed a riporle in mucchi ordinati e squadrati. Le dimensioni di questi cumuli di pietre è variabile: alcuni sono alti quasi due metri e grandi quanto un'automobile. A vederli così, tanti, uno accanto all'altro, incutono quasi timore e nemmeno le accanite ricerche di Totò riescono a trovare una sola plausibile ragione che possa giustificare la fatica immane spesa per costruirli.

   
   
 

 

   
   

Per riposare un po' e riprendere le forze addentando panini e amenità culinarie di vario genere, ci fermiamo proprio in una zona piena di questi mucchi di pietre: ce ne sono talmente tanti che sembra di trovarsi al centro di un antico labirinto. Il cielo, intanto, si è coperto ed una coltre di nubi grigie manda in malora ogni mia velleità fotografica schiarendo inesorabilmente il cielo, appiattendo i colori ed annullando anche la più minima forma di ombra... Ne segue che tutte le foto che comunque continuo a scattare solo per dovere di cronaca, vengono piatte ed insignificanti e nemmeno il lungo tempo trascorso a smanettare  con i migliori software di fotoritocco mi permette di raggiungere un risultato che sia anche solo lontanamente accettabile.

 
   

Un mio amico fotografo, uno  che fa il fotografo sul serio, a Modena, una volta, quando gli chiesi come mai tutte le sue foto avessero dei cieli stupendi e colori brillanti mi disse: "E' semplice: se la luce non è quella giusta, io le foto non le scatto neanche!". Certo, sarebbe bello avere tanto di quel tempo a disposizione da poter scegliere il momento in cui scattare le foto... Le circostanze mi impediscono di aspettare che il cielo si rischiari e torni ad essere di quel blu splendente a cui siamo abituati nelle giornate in cui la tramontana soffia fredda e impetuosa, così devo assolutamente rintracciare qualche macchia di colore, come alcuni licheni sui sassi, per poter distinguere le pietre grigie dal cielo.

 

 

 

Riprendiamo il cammino alla volta dell'antica chiesa basiliana di S. Mauro, che domina l'abitato di Rivabella, alle porte di Gallipoli. Un tempo il suo interno era completamente ricoperto di affreschi, ma l'abbandono, l'incuria e, principalmente, i vandali hanno fatto scempio delle splendide scene sacre che ne decoravano le pareti. Oggi si può ammirare solo quel poco che rimane ed il pesante cancello in ferro che impedisce l'accesso all'interno suona più come una beffa che come uno strumento per proteggere questo luogo, un tempo sacro, ed ora violentemente profanato.

   

 

   

Dopo una rapida occhiata alla grotta che si apre proprio dietro la chiesetta, ci dirigiamo verso il mare incontrando quel che rimane dell'antica via Sallentina,  una strada romana che partiva da Taranto e giungeva a Vereto (l'odierna Patù, poco distante da Santa Maria di Leuca), collegando quelli che erano stati i principali centri in età messapica, divenuti poi municipia romani dopo l’89 a.C. La strada corre per un tratto parallelamente alla via che da Rivabella porta a Lido Conchiglie, lungo il litorale a nord di Gallipoli. Una strada trafficatissima d'estate che io stesso avrò percorso qualche migliaio di volte sempre ignorando, fino ad oggi, di percorrere un'antica strada romana. Una strada dove, quasi duemila anni fa, transitavano antiche carovane di mercanti e legioni romane... Ed ancora una volta devo ringraziare Totò per le sue spiegazioni e le sue ricerche che trasformano questi trekking in veri e propri momenti di approfondimento sulle nostre origini.

   

Percorriamo un tratto dell'antica via giungendo ad una vecchia stazione di posta. La caditoia sul portone di ingresso ci permette di collocare in epoca medievale l'edificio sulla cui facciata resiste al tempo l'effige di un santo all'interno di una nicchia. Sul retro, un antico pozzo romano, scavato in diagonale nella roccia e ancora in uso, ci conferma la natura carsica del territorio e la presenza dei romani in queste zone. Lasciamo la strada per dirigerci verso il mare, ma invece di una azzurra distesa d'acqua incontriamo un immenso prato verde di trifoglio. Le irregolarità del terreno sottostante danno la parvenza di onde ai milioni di piantine che qui crescono avendo trovato per chissà quale ragione delle condizioni estremamente favorevoli. La tentazione di immergersi in questo mare verde è davvero forte e qualcuno del gruppo si lascia andare, per qualche momento, ad un fugace relax nel verde. Peccato solo che non splenda il sole!

 
     
   

Finalmente arriviamo al mare, che è calmissimo. Le nubi coprono il cielo dando all'atmosfera un che di irreale mentre alle nostre spalle alcuni raggi di sole, penetrando tra le nuvole, fanno stagliare la sagoma di Gallipoli contro il grigio del cielo.
A Lido Conchiglie ci attende un'ultima salita che ci porterà a superare il promontorio della Montagna Spaccata (così detta perché per farci passare la litoranea il costone di roccia è stato letteralmente segato in due) e con un timido sole alle spalle torneremo al punto di partenza.

   
   
 
 

Mentre ridiscendiamo verso le Quattro Colonne incontriamo sul nostro percorso un ultimo cumulo di pietre che sembra quasi ricordarci, con la sua presenza, i misteri di questa zona del Salento, per me tanto vicina a casa quanto completamente sconosciuta se non per i suoi aspetti più superficiali. Mentre scrivo queste righe, tanto tempo dopo l'escursione, ripenso ai mille misteri che queste pietre sicuramente nascondono, alle persone che prima di noi sono passate da qui ed hanno creato questi mucchi di sassi, al significato che vi si cela...
I prossimi trekking, quelli a cui riuscirò a partecipare, saranno altrettanto affascinanti ed io non posso far altro che cercare disperatamente il tempo per scrivere un'altro di questi miei resoconti che molti troveranno noiosi e superficiali. A me servono per ricordare con piacere una giornata trascorsa all'aria aperta in compagnia di amici che condividono la mia passione per la natura, l'escursionismo e che ancora una volta saranno scocciati dalle mie e-mail con cui li avverto di aver pubblicato questo racconto. Spero che non me ne vogliano. Alla prossima.